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Oltre le News: Slow Journalism e Longform multimediali

Viviamo immersi in un flusso costante e ininterrotto di notizie. Ogni secondo qualcosa accade nel mondo e, nel medesimo istante, viene rilanciato tramite breaking news e post sui social. Il giornalismo contemporaneo sembra sempre più modellato sulla logica della rapidità: essere i primi a pubblicare, aggiornare in tempo reale, battere la concorrenza sul tempo.

Questa corsa alla velocità però ha un prezzo. La qualità dell’informazione spesso si sacrifica sull’altare dell’immediatezza. Le notizie vengono diffuse senza il necessario approfondimento, con verifiche sommarie e una narrazione frammentaria che privilegia l’evento singolo anziché il contesto. In questo panorama si sta facendo strada da tempo un approccio controcorrente: lo slow journalism.

Questo approccio si manifesta spesso non solo tramite articoli longform ma anche tramite veri e propri reportage multimediali, progetti editoriali che uniscono testo, video, grafica e dati in una narrazione immersiva.

In tempi di overload informativo, lo slow journalism diventa una necessità culturale. È un invito a rileggere il presente con occhi più attenti, a restituire all’informazione la sua funzione originaria: non solo informare, ma aiutare a capire.

Lo Slow Journalism

Cos’è lo slow journalism

Nel frenetico mondo digitale in cui viviamo, caratterizzato da news che scorrono rapidamente sui nostri schermi e aggiornamenti continui, c’è un approccio al giornalismo che si distingue per la sua lentezza deliberata e l’approfondimento delle notizie: lo slow journalism, o giornalismo lento. La prima a parlare di “slow journalism“ è stata Susan Greenberg nel 2007.

La filosofia dello slow journalism riguarda sia la produzione che il consumo di notizie, ed è strettamente correlata al concetto di “dieta mediatica” secondo cui le persone cercano di consumare informazioni e notizie in modo più consapevole, cercando di bilanciare la quantità di informazioni assorbite e di selezionare fonti affidabili e di qualità.

In un’epoca affamata di snack-news facili da reperire e da “digerire”, lo slow journalism ci ricorda – un po’ come la filosofia dello slow food per il cibo – l’importanza di rallentare e riflettere per “masticare” con calma le notizie. Ad assumere valore però non è tanto la lentezza di per sè – come spiega il giornalista e scrittore Frederic Martel nel libro “Informarsi con lentezza. Sette lezioni di buon giornalismo contro l’infobesity“- bensì l’approfondimento e la qualità del contenuto: “Non è sufficiente lavorare per tanto tempo a un contenuto perché quel contenuto sia di valore. È la ricchezza che è un valore. E certamente per avere un contenuto ricco bisogna lavorare tanto”.

Lo slow journalism è un movimento giornalistico che mira a contrastare l’approccio istantaneo e superficiale delle notizie di oggi, cercando di offrire una prospettiva più ponderata e riflessiva. Giornalismo lento significa pertanto indipendenze dalle breaking news e produzione di contenuti di qualità elevata.

L’approccio dello slow journalism si pone in netto contrasto al cosiddetto “churnalism“, neologismo ideato da Nick Davies in “Flat Earth News” derivante dalla fusione delle parole “churn” (mescolare, agitare) e “journalism” (giornalismo): un termine usato per indicare la produzione di notizie in modo veloce e senza una ricerca giornalistica significativa, fenomeno che contribuisce a generare l‘information overload. Nel churnalism infatti si riproducono o riscrivono comunicati stampa, articoli di agenzie di stampa o altri contenuti preesistenti senza effettuare una verifica approfondita dei fatti o un’analisi critica.

A differenza del ciclo di notizie tradizionale, caratterizzato da aggiornamenti brevi, continui e veloci, lo slow journalism si concentra sulla ricerca approfondita, su interviste dettagliate, sull’analisi di documenti chiave, sulla narrazione articolata per coinvolgere i lettori in modo più profondo. Tutto ciò per fornire una visione completa della questione e del contesto. Date le tempistiche più lunghe, lo slow journalism consente una maggiore contestualizzazione delle notizie, fornendo ai lettori una comprensione più approfondita delle sfaccettature di una storia.

Uno degli aspetti più importanti dello slow journalism è la rigorosa verifica dei fatti. In un’era in cui le notizie false possono diffondersi rapidamente, gli slow journalists pongono una particolare attenzione alla precisione e all’accuratezza delle informazioni.

“La scommessa del movimento – scrive Camilla Vagnozzi nel libro Slow journalism movement. Storia e modelli di diffusione di un’informazione alternativa – è spingere il lettore ad investire per un contenuto esclusivo, di approfondimento e qualitativamente migliore rispetto ad uno di libera fruizione. Il percorso dello Slow Journalism non è quello di ricercare delle possibili soluzioni per sopravvivere alle sfide del digitale ma, al contrario, fare un passo indietro e riscoprire la più antica e vera vocazione del mestiere, prendendo come modello il giornalismo d’inchiesta”.

La differenza tra “news” e “notizia”

Capire la differenza tra news e notizia è importante per apprendere la “mission” dello slow journalism. A spiegarla bene è Andrea Coccia, cofondatore e membership manager del progetto slow-news.com. “La parola “news”, in inglese – si legge nella newsletter “The Slow Journalist” del giugno 2024 – deriva da “nouvelles”, parola francese che è l’evoluzione dell’antico “noveles” che deriva a sua volta dalla parola latina “nova”, che significa “cose nuove”. La parola “notizia”, in italiano, non deriva dallo stesso ceppo. Deriva dal latino “notitia”, che ha la sua radice in “notus”, participio passato del verbo “noscere”, che significa “conoscere”, “sapere”. Non è una sottigliezza. Tutt’altro, è la base di una consapevolezza che abbiamo costruito nel tempo e che è probabilmente la base del perché siamo qui. Una “cosa nuova”, difatti, ha in sé il concetto stesso del proprio superamento. È nuova quando la scrivi, ma lo è fino a quando non ne scrivi un’altra, che sarà nuova mentre la scrivi, ma che lascerà il passo a un’altra, e a un’altra, e a un’altra. All’infinito. Una cosa degna di “nota”, invece, è una cosa che fa parte di un “sapere”. È un mattoncino che serve per metterci sopra altri mattoncini, perché è così che si costruiscono le cose che restano. Una cosa degna di nota resta importante anche dopo che ne aggiungi un’altra. Non si negano a vicenda. Non si superano. Non marciscono in pochi giorni. Resistono al tempo e ci formano”.

Slow journalism, long-form e e-singles

Il concetto di slow journalism è strettamente legato al formato giornalistico long-form. L’approccio lento permette infatti di concentrarsi sulla qualità delle storie anziché sulla quantità e tutto ciò si traduce in reportage tendenzialmente più informativi e accurati, e dunque articoli più lunghi: testi più ampi dei classici articoli di giornale ma più corti dei libri.

In un’epoca in cui le notizie scorrono veloci come un fiume in piena, il long-form journalism rappresenta una resistenza contro la superficialità. Mentre le testate cercano di catturare l’attenzione con titoli accattivanti e brevi riassunti, il long-form journalism richiede ai lettori di dedicare del tempo alla comprensione completa di una storia, svelandone sfaccettature e sfumature spesso trascurate.

Tra le molte innovazioni che nel corso del tempo hanno cercato di affermarsi nel panorama mediatico ci sono anche i cosiddetti e-singles: racconti giornalistici long-form acquistabili singolarmente. Alla base di tutto c’è il concetto di micropagamenti: i lettori possono infatti pagare solo per il contenuto che desiderano consumare.

Slow News: il manifesto di Peter Laufer

Il libro “Slow news. Manifesto per un consumo critico dell’informazione” scritto nel 2010 dal giornalista e scrittore Peter Laufer rappresenta la principale risorsa per capire la filosofia dello slow journalism. Il motto è “Le notizie di ieri, domani”. Laufer illustra quelle che ritiene essere “le buone norme per una dieta mediatica bilanciata e nutriente”. Il nome del movimento è infatti ispirato a quello dello Slow Food.

Laufer sottolinea l’importanza del giornalismo investigativo e della differenza tra le semplici e brevi news diffuse a ciclo continuo dai media e le vere e proprie notizie di valore spiegate con cura in lunghi e approfonditi articoli: “Il giornalismo – afferma Laufer – è sempre investigativo. Se ciò che viene fatto passare per informazione giornalistica non è investigativo, allora è roba da copisti”. Non si può infatti parlare di giornalismo “se mancano approfondimenti o verifiche”. Il rilanciare semplicemente brevi news o i comunicati stampa diffusi da istituzioni, partiti o aziende non ha niente a che fare con la missione di essere il “watchdog” di chi detiene il potere: “Non è giornalismo, è stenografia”. Neanche i post i sui social network scritti da personaggi “notiziabili” possono essere considerati notizie: “Possono essere informazioni, ma non si tratta di notizie”.

Le news sono “tossiche”

“Le news sono tossiche e agiscono come droghe” ha affermato nel 2010 lo scrittore svizzero Rolf Dobelli nel suo articolo “Avoid news. Towards a healthy news diet“ dedicato all’infodemia e alla conseguente necessità di mettere in atto una sana dieta mediatica: a causa del pesante consumo di notizie – è il provocatorio attacco dell’articolo – molte persone hanno perso l’abitudine alla lettura e faticano ad assorbire più di quattro pagine di fila.

Per Dobelli il consumo compulsivo di news facili da assimilare e da reperire (per questo si dice che le news sono diventate “commodities“) rappresenta un serio danno per la nostra mente, rendendoci passivi e sempre più incapaci di pensare. Il flusso incontrollato di notizie 24 ore su 24 – prosegue Dobelli – e un bombardamento non-stop di informazioni che non hanno alcuna reale importanza per le nostre vite stanno sempre più rendendo le persone incapaci di riflettere e di capire davvero la realtà: “Di tutte le migliaia di news che avete ‘consumato’ negli ultimi 12 mesi – chiede provocatoriamente Dobelli – ditemi quale vi ha messo nella condizione di prendere una migliore decisione su un importante problema della vostra vita”.

Dobelli sostiene che la società abbia bisogno del giornalismo, ma in forme diverse. Secondo lo scrittore dobbiamo puntare sul giornalismo investigativo e su tutte quelle attività giornalistiche in grado di sorvegliare l’attività delle istituzioni. Serve quindi il tempo per analizzare e capire nel dettaglio le varie sfaccettature di una situazione complessa e di conseguenza articoli lunghi e approfonditi per spiegare al lettore tutti gli aspetti di una vicenda.

Informarsi con lentezza

La filosofia dello slow journalism è ben spiegata anche all’interno del libro “Informarsi con lentezza. Sette lezioni di buon giornalismo contro l’infobesity“. Peter Laufer, professore universitario ed ex inviato per NBC News, sottolinea l’importanza di porre più attenzione alla qualità che alla quantità dell’informazione. “Come nel caso del fast food – prosegue Laufer – la fast news ha un appeal che è un misto di facilità e di fascino, elementi che sono a
loro volta combinati con strategie di marketing che puntano a sostituire ciò che è significativo con ciò che è vuoto. Come possiamo insegnare ai lettori come informarsi meglio? Non è facile, esattamente come non ci sono risposte facili per il food. Io vorrei che almeno mettessimo in discussione questo infinito fiume di notizie vuote e di informazione spazzatura, perché è fatto per generare una sorta di dipendenza alla velocità del flusso stesso invece di considerare che avere più tempo e lavorare una notizia più a lungo va a vantaggio sia del lettore che del giornalista».

La facilità e la velocità con cui oggi possiamo avere a disposizione news non aumenta affatto la possibilità di poter disporre di informazione di qualità: “La facilità di accesso a informazioni gratuite – dichiara Laufer – non significa per forza facile accesso a giornalismo che abbia valore, anzi”. Per poter davvero offrire ai lettori informazione di alto livello e valore serve tempo e dunque molto lavoro: “Se vogliamo che il giornalismo di qualità possa esistere sul lungo periodo, allora dobbiamo sforzarci di aprire il portafoglio e pagare per quelle informazioni che riteniamo di qualità”.

Come stimolare il piacere di leggere articoli lunghi in un’epoca dominata da news compulsive? A fornire una risposta ci prova Gay Talese, ex reporter del New York Times e scrittore: “L’unico modo per raggiungere questo obiettivo è creare un tipo di scrittura non-fiction che sia pari a quella dei migliori scrittori di narrativa”. Sulla stessa lunghezza d’onda Nicolas Prouillac, cofondatore nel 2013 del progetto Ulyces: “Le tecniche dei grandi sceneggiatori si possono applicare al giornalismo. Il lettore deve precipitare nella storia che raccontiamo, e alla fine è sempre una questione di linguaggio e di scrittura”.

Il libro contiene anche le riflessioni di Rob Orchard, cofondatore nel 2011 di Delayed Gratification, il primo magazine al mondo di slow journalism: “120 pagine di storie, infografiche e approfondimenti, 4 volte all’anno, ogni 3 mesi, per tornare dopo qualche mese sulle breaking news, per andare a prendere quello che resta quando il vortice della bulimia giornalistica finisce e il polverone si deposita: le storie incredibili”. Ancora oggi la rivista si dichiara infatti “proud to be last to breaking news since 2011”. Con la diffusione dei social network le news iniziano a circolare ancora più velocemente e facilmente: “Ma quando tutto è informazione, niente è più informazione. E il passo da overload a overdose è molto breve”. E se il valore di un prodotto è correlato alla stima della sua scarsità, le news smettono di avere valore perchè oggi sono praticamente alla portata di tutti: “Lo slow journalism – spiega Orchard – non è che una reazione a tutto questo”.

“Out of Eden Walk”

Uno dei progetti di slow journalism più interessanti è senza dubbio “Out of Eden walk” realizzato da Paul Salopek in collaborazione con National Geographic: un viaggio a piedi di quasi 40mila chilometri partito nel 2013 dall’Africa orientale per ripercorrere le rotte migratorie degli antichi esseri umani (“Slow down, find humanity” il motto). Il percorso del premio Pulitzer – raccontato periodicamente tramite articoli, foto e video – si concluderà in Sudamerica. Il progetto iniziale prevedeva che Salopek concludesse il progetto in sette anni ma alcune vicissitudini lo hanno costretto a fermarsi più volte. A febbraio 2023 il percorso di Salopek è a metà strada

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Progetti di slow journalism

Di seguito una lista di progetti basati sullo slow journalism

Delayed Gratification “Diamo più importanza al valore di quello che scriviamo che ad essere i primi nel dare le news. Come gli altri movimenti lenti, come Slow Food e Slow Travel, ci prendiamo il tempo necessario per fare le cose nel modo giusto. Invece di cercare disperatamente di anticipare i social media con notizie di attualità, ci concentriamo sui valori che tutti ci aspettiamo dal giornalismo di qualità: precisione, approfondimento, contesto, analisi e opinioni di esperti”

Zetland “Oggi nessuno ha bisogno di ulteriori informazioni; troppa informazione è in realtà dannosa sia per la nostra salute che per la democrazia”

LongPlay

Longreads “Longreads, fondata nel 2009 da Mark Armstrong, è dedicata ad aiutare le persone a trovare e condividere le migliori narrazioni longform non-fiction presenti su Internet. Pubblichiamo saggi, articoli d’inchiesta, elenchi di lettura, interviste e reportage investigativi approfonditi”

Narratively,

La Revue Dessinée “Contro il flusso continuo di informazioni. La Revue Dessinée si prende il tempo per condurre indagini a lungo termine e dare uno sguardo distaccato e critico alla realtà”.

De Correspondent Progetto olandese basato sulla produzione di report giornalistici approfonditi slegati dall’attualità giornaliera. “Il giornalismo oltre la follia del giorno. La nostra missione è quella di far sì che quante più persone possibile comprendano meglio come funziona il mondo. In modo che tu sappia non solo cosa sta succedendo, ma anche perché sta succedendo. Una missione più urgente che mai”.

Tortoise “Ciò che ci differenzia è il concetto di slow news. Non trattiamo notizie di attualità, ma ci concentriamo sui fattori che le hanno generate. Non copriamo ogni storia, ma ne riveliamo solo alcune. Dedichiamo il tempo necessario per capire l’intero contesto e per indagare su ciò che non è al momento visibile”.

Slow News Il primo progetto italiano di slow journalism che offre articoli approfonditi e serie giornalistiche. E’ anche un documentario e un podcast. Nel manifesto del progetto si legge, tra le altre cose: “Velocità, qualità e economicità sono un trilemma, non sono vere tutte e tre”

Il trailer del documentario “Slow News” diretto da Alberto Puliafito e prodotto da Fulvio Nebbia

The Atavist Rivista specializzata in narrazioni estese. Una storia al mese. Sin dalla fondazione nel 2011 The Atavist è stato riconosciuto come un pioniera nella narrazione digitale.

Longform Nato nel 2010, ha chiuso la pubblicazione di articoli a inizio 2022, mantenendo comunque ancora attivo uno spazio dedicato ai podcast

Articoli, libri e video

Articoli

Forme di slow journalism (European Journalism Observatory)

News is bad for you – and giving up reading it will make you happier (The Guardian, di Rolf Rodelli)

Why doesn’t Britain have a culture of serious non-fiction journalism like the US? (Prospect Magazine, di Susan Greenberg)

What is slow journalism? (Journalism Practice, di Megan Le Masurier)

What is ‘slow journalism’? (Out of Eden Walk, di Matt Norman)

Il contagio dello slow journalism. Dialogo con Peter Laufer (Micromega, di Christian Ruggiero)

“Slow journalism”: quando serve rallentare per capire (La Stampa, di Anna Masera)

Move over slow food: introducing slow media (HuffPost, di Elissa Altman)

The slow-media manifesto

Libri

Slow News: A Manifesto for the Critical News Consumer (di Peter Laufer. Oregon State Univ. Pr.)

Slow Media: Why Slow is Satisfying, Sustainable, and Smart (di Jennifer Rauch. Oxford University Press)

Slow journalism. Chi ha ucciso il giornalismo (di Alberto Puliafito e Daniele Nalbone. Fandango Libri)

Slow Journalism Movement: Storia, modelli e diffusione di un’informazione alternativa (di Camilla Vagnozzi)

Informarsi con lentezza. Sette lezioni di buon giornalismo contro l’infobesity (Informant – Slow News)

Flat Earth News. An Award-winning Reporter Exposes Falsehood, Distortion and Propaganda in the Global Media (di Nick Davies. Vintage Digital)

Video

Longform multimediali

Testi, immagini, video, grafiche, scroll: immersi nella storia

Il longform multimediale è una forma di reportage giornalistico che utilizza una combinazione di diversi formati mediatici come testi, immagini, audio, video e grafiche per raccontare una storia in modo più completo e coinvolgente. L’obiettivo è offrire al lettore un’esperienza più ricca e interattiva, sfruttando al massimo le potenzialità delle diverse modalità di comunicazione.

Nel corso degli ultimi anni il giornalismo multimediale ha rivoluzionato il modo in cui le storie vengono raccontate, offrendo al pubblico un’esperienza coinvolgente e ricca di contenuti. Due progetti che hanno segnato in modo importante questa evoluzione sono stati “Snow Fall: The Avalanche at Tunnel Creek” (2012) del New York Times e “Firestorm: The Story of the Bushfire at Dunalley” (2013) del The Guardian, entrambi esempi eloquenti di come le narrazioni lunghe possano essere trasformate in esperienze multimediali immersive.

Prendendo spunto da questi importanti progetti molti altri giornali hanno iniziato a proporre longform multimediali cercando di offrire agli utenti un’esperienza di lettura più coinvolgente e interattiva. Il digital storytelling è più di una semplice traduzione di storie tradizionali nel mondo digitale: è un approccio che sfrutta appieno le caratteristiche uniche del mondo online. Con l’uso di immagini, video, audio e interattività il digital storytelling mira a trasformare la passiva lettura di una storia in un’esperienza immersiva.

Nei longform multimediali è spesso applicata la tecnica dello scrollytelling che sfrutta il semplice atto di scorrere verso il basso sulla pagina web. La storia si svela progressivamente man mano che il lettore scorre, offrendo così un controllo più dinamico sull’esperienza narrativa: elementi visivi, grafici e animazioni si sincronizzano con il movimento dello scroll, creando una narrazione fluida e coinvolgente.

Snow Fall: the avalanche at Tunnel Creek

Uno degli esempi più celebri di giornalismo multimediale è il progetto “Snow Fall: The Avalanche at Tunnel Creek” del New York Times. Pubblicato nel 2012, questo lavoro (firmato da John Branch in collaborazione con un team di 11 persone tra video editor, grafici e web designer) ha raccontato in dettaglio un disastroso incidente di valanga attraverso una combinazione di testo narrativo, foto, video, mappe interattive e elementi grafici. Per la realizzazione del progetto sono serviti circa sei mesi di lavoro.

La storia è stata presentata in modo tale che il lettore potesse immergersi completamente nell’esperienza, attraverso una narrazione coinvolgente e una presentazione visiva accattivante. Appena il lettore arriva nella homepage del progetto viene accolto da un’intestazione full-width con un video di sfondo e audio di vento che trasporta la neve: “una scenografia quasi cinematografica che coinvolge il lettore nella storia“.

Il graphic editor Jeremy White ha raccolto dati di elevazione LIDAR e immagini satellitari: l’animazione di un volo sopra la montagna trasporta il lettore nelle aree sciistiche dove si svolge la storia.

Dal punto di vista prettamente tecnico il multimedia producer e designer Jacky Myint ha invece dichiarato di aver usato jQuery, jPlayer, HTML5 video, jQuery reel e jQuery address oltre a componenti custom per il modal slideshow.

Vincitore nel 2013 del Premio Pulitzer per la categoria “Featured writing”, Snow Fall è considerato un lavoro centrale per lo sviluppo e diffusione dei longform multimediali. Jay Rosen lo ha definito un vero e proprio “punto di rottura” per la storia del giornalismo online, Jeremy Caplan “il futuro del web storytelling“.

Firestorm: the story of the bushfire at Dunalley

Un altro progetto di giornalismo multimediale è “Firestorm the story of the bushfire at Dunalley” del The Guardian in cui vengono utilizzati vari media per esplorare e spiegare una storia complessa in modo più accessibile e coinvolgente.

“Firestorm” è un progetto di giornalismo multimediale pubblicato 5 mesi dopo “Snow Fall” che racconta la storia della famiglia Holmes sopravvissuta ad drammatico incendio boschivo che ha devastato la Dunalley, piccola città della Tasmania. Il progetto nasce dalla fotografia impressionante di una donna e dei suoi nipoti che si rifugiavano da un violento incendio nell’acqua sotto a un pontile.

Il giornalista Jon Henley e il produttore video Laurence Topham sono andati in Tasmania per scoprire la storia dietro quella foto: quando sono tornati hanno collaborato con le squadre multimediali e interattive del The Guardian per combinare parole, filmati video, immagini e audio in un ricco reportage interattivo. Per la realizzazione del progetto sono serviti circa tre mesi e un team di 23 persone.

Altri esempi di longform multimediali

Il 2012 ha segnato un punto di svolta nel giornalismo digitale con l’uscita di “SnowFall“. Questo progetto pionieristico non solo ha raccontato una storia di grande impatto, ma ha contribuito a ridefinire il modo in cui il giornalismo può essere presentato online. Da quel momento un numero importante di progetti simili ha inondato il panorama mediatico, portando avanti l’eredità di SnowFall e spingendo i confini della narrazione digitale.

Nel 2013 il New York Times pubblica “The Russia left behind” (di Ellen Barry), “A game of shark and minnow” (di Jeff Himmelmann), “Riding the new silk road” (di James Hill) e “The jockey” (di Barry Bearak e Chang W.Lee) mentre nel 2019 “The 1619 Project“.

Nel 2013 invece ESPN pubblica “Out in the great alone“, longform multimediale realizzato da Brian Phillips dedicato all’Iditarod Trail Sled Dog Race, la leggendaria corsa dei cani da slitta che si corre in Alaska.

Out in the great alone

Nel corso degli anni sono stati pubblicati molti progetti interessanti di multimedia longform journalism. Da segnalare ad esempio:

“China’s hidden camps” della BBC (di John Sudworth)

“NSA files: decoded” del The Guardian (di Ewen Macaskill e Gabriel Dance)

“Return to Elwha” del visual journalist Jason Jaacks

Return to Elwha

“They carry us with them: the great tree migration” di Emergence Magazine

“Human cannonbals” de l’Equipe (di Jerome Kazadieu)

longform multimedia journalism

“Clear takeover” del Tampa Bay Times (di Tracey McManus e Eli Murray”)

“Scaling Everest” del Washington Post (Richard Johnson, Bonnie Berkowitz, and Lazaro Gamio)

“The geeks on the front lines” di Rolling Stone (David Kushner e Charles Ommanney)

“La grande fuga da New York” del Corriere della sera (di Andrea Marinelli. Foto e video di Masiar Pasquali)

“Piazza Fontana. La strage della giustizia“ del Corriere della Sera (a cura di Antonio Castaldo)

longform multimedia journalism

“Vienna. dove la casa è un diritto per tutti” del Corriere della Sera (testo di Elena Tebano. Foto e video di Annalisa Brambilla/Prospekt)

longform multimedia journalism

“La riforma eterna. La legge elettorale” di Will Media

longform multimedia journalism

“The lost tablet and the secret documents” di BBC News (di Nader Ibrahim e Ilya Barabanov)

longform multimedia journalism

“Deepdive into the Venezuela refugee crisis” di Chartipedia

longform multimedia journalism

“The Coptic miracle” di Arab News

longform multimedia journalism

“Built to keep black from white” di NBC News (di Erin Einhorn e Olivia Lewis)

longform multimedia journalism

Per approfondire

‘Snow Fall’ at 10: How It Changed Journalism (The New York Times)

How ongoing teamwork fueled The Guardian’s Firestorm interactive (Poynter)

Digital Storytelling: è ancora “effetto Snow Fall” (European journalism observatory)

20 grandi reportage interattivi (Il Post)

Multimedia longread stories as a new format for online journalism: “Snowfall” projects and other experiments with content (Diana Kultchitskaya)

The multimodality of digital longform journalism (di Tuomo Hiippala)